Al Lettore [parole di Charles Baudelaire]

L'errore, la stoltezza, il peccato, l'avarizia ci tormentano il corpo, ci assillano la mente, e di amabili rimorsi diventiamo nutrimento come il mendicante alimenta i propri insetti.
Testardi nel peccato, nel pentimento incerti, chiediamo un alto prezzo per le nostre confessioni e nella via di fango torniamo poi contenti certi di un pianto vile, lavacro a ogni colpa.
Sul cuscino del male satana trismegisto lungamente ammaliata l'anima culla, e il prezioso metallo della nostra volontà tutto lo manda in fumo lui sapiente alchimista.
E' lui, il diavolo, che tira i nostri fili! Così troviamo seducenti oggetti repellenti; ogni giorno d'un passo scendiamo nell'inferno, senza orrore attraversando un puzzo di tenebra.
Come un misero vizioso bacia e succhia il seno straziato di un'antica puttana, così arraffiamo al volo un piacere segreto, arancia rinsecchita che a fondo spremiamo.
Nel cervello stipati, brulicanti come vermi, si scatenano in un'orgia milioni di demoni; nel respiro, invisibile fiume, la morte ai polmoni ci scende con sordi lamenti.
Se lo stupro, il veleno, l'incendio, il pugnale non abbelliscono ancora ricami graziosi, la trama banale dei nostri destini pietosi, è solo perchè bastante ardire manca al cuore.
Ma fra tutti gli sciacalli, le pantere, le cagne, le scimmie, gli avvoltoi, i serpenti, gli scorpioni, i mostri che urlano, grugniscono, guaiscono nel serragio infame strisciando nei nostri vizi; uno ve n'è più brutto, più crudele, più immondo!
Si muove appena né lancia grandi strida, della terra farebbe volentieri un'unica rovina e il mondo inghiottirebbe sbadigliando; è la Noia -gli occhi gonfi d'un pianto involontario, sogna patiboli fumando la sua pipa.
Lo conosci, lettore, quel mostro delicato, -ipocrita lettore, -mio simile, -fratello!

venerdì 3 maggio 2013

tieni le mani vuote per me.


Non scomparirò mai.
Per sempre, resterò qui
Su questo nelumbo.
.che mi è complementare.
Non c’è spazio per l’innocenza...
e gli acari del velluto ci terranno caldi.
Sussurrando io
ti prego

martedì 16 aprile 2013

Determinazione e Razionalità non hanno nulla a che fare con il cinismo!


Determinazione (dal vocabolario Treccani): Decisione, momento terminale della deliberazione volitiva: prendere una decisione,venire a una decisionerendere note le decisioni del consiglio

Razionalità: Facoltà propria degli esseri dotati di ragionela razionalità è l’essenza dell’uomo.  - Razionale: Che è fornito, che è dotato di ragione: animacreatura razionalemolti [animali], quasi come razionali ... la notte alle lor case senza alcuno correggimento di pastore si tornavano (Boccaccio). Nella filosofia platonica, anima razionale, la facoltà dell’anima che è principio dell’attività conoscitiva ed è moderatrice delle altre due facoltà, l’irascibile e la concupiscibile.

Cinismo: La dottrina e la setta dei filosofi cinici.  - Comportamento da persona cinica; impudente ostentazione di disprezzo verso le convenienze e le leggi morali e verso tutto ciò che è nobile e ideale: agire con freddo cinismomi ha urtato il cinismo delle sue parole.

In sostanza io non sono cinica, ma probabilmente né Razionale, né Determinata!

venerdì 15 marzo 2013

COLOR SENSATION




Regia e scenografie: Federica Amatuccio
Coreografie: Marta Santospirito
Fotografia e Montaggio: Daniele Bisceglia

Personaggi
Bambina; Giulia Gabrielli
Bianco e Blu: Marta Santospirito
Rosso: Elena Turi
Giallo: Sarah Karamzadeh
Verde: Federica Amatuccio

giovedì 14 marzo 2013

Un'altra bellezza. Postilla sulla guerra.


Di Baricco non ho mai letto nulla. Ho comprato un libro per mia sorella tempo fa, L'Iliade.
Ammetto di aver pensato subito "sarà la solita stronzata". C'è chi parla bene e chi parla male e non so perchè non ho deciso mai di farmi un'idea mia su di lui. Oggi ho dovuto far fare i compiti ad Elena, voleva una mano per un riassunto. Il testo era: "Un'altra bellezzaPostilla sulla guerra". Devo ammettere di essere rimasta affascinata ed è sta bello parlare con mia sorella, 14 anni, della bellezza della guerra, d'estetica e di valori, di donne e di storie di ieri e di oggi.Ecco il testo...senza mie riflessioni, né di Ele!


Non sono, questi, anni qualunque per leggere l'Iliade. O per "riscriverla", come mi è accaduto di fare. Sono anni di guerra. E per quanto "guerra" continui a sembrarmi un termine sbagliato per definire cosa sta accadendo nel mondo (un termine di comodo, direi), certo sono anni in cui una certa orgogliosa barbarie, per millenni collegata all'esperienza della guerra, è ridivenuta esperienza quotidiana. Battaglie, assassinii, violenze, torture, decapitazioni, tradimenti. Eroismi, armi, piani strategici, volontari, ultimatum, proclami. Da qualche profondità che credevamo più sigillata, è tornato a galla tutto l'atroce e luminoso armamentario che è stato per tempo immemorabile il corredo di un'umanità combattente. 

In un contesto del genere - vertiginosamente delicato e scandaloso - anche i dettagli assumono un significato particolare. Leggere in pubblico l'Iliade è un dettaglio, ma non è un dettaglio qualsiasi. Per esser chiaro, vorrei dire che l'Iliade è una storia di guerra, lo è senza prudenza e senza mezze misure: e che è stata composta per cantare un'umanità combattente, e per farlo in modo così memorabile da durare in eterno, ed arrivare fino all'ultimo figlio dei figli, continuando a cantare la solenne bellezza, e l'irrimediabile emozione, che era stata un tempo la guerra, e che sempre sarà. 

A scuola, magari, la raccontano diversamente. Ma il nocciolo è quello. L'Iliade è un monumento alla guerra. Così la domanda sorge naturale: che senso ha in un momento come questo dedicare tanto spazio, e attenzione, e tempo a un monumento alla guerra? Come mai, con tante storie che c'erano, ci si ritrova attratti proprio da quella, quasi fosse una luce che detta una fuga alla tenebra di questi giorni? 


Credo che una risposta vera la si potrebbe dare solo se si fosse capaci di capire fino in fondo il nostro rapporto con tutte le storie di guerra, e non con questa in particolare: capire il nostro istinto a non smettere di raccontarle mai. 

Ma è una questione molto complessa, che non può certo essere risolta qui, e da me. Quel che posso fare è restare all'Iliade e annotare due cose che, in un anno di lavoro a stretto contatto con quel testo, mi è accaduto di pensare: riassumono quanto, in quella storia, mi è apparso con la forza e la limpidezza che solo i veri insegnamenti hanno. 

La prima. Una delle cose sorprendenti dell'Iliade è la forza, direi la compassione, con cui vi sono tramandate le ragioni dei vinti. È una storia scritta dai vincitori, eppure nella memoria rimangono anche, se non soprattutto, le figure umane dei Troiani. Priamo, Ettore, Andromaca, perfino piccoli personaggi come Pàndaro o Sarpedonte. 

Questa capacità, sovrannaturale, di essere voce dell'umanità tutta e non solo di se stessi, l'ho ritrovata lavorando al testo e scoprendo come i Greci, nell'Iliade, abbiano tramandato, tra le righe di un monumento alla guerra, la memoria di un amore ostinato per la pace. A prima vista non te ne accorgi, accecato dai bagliori delle armi e degli eroi. Ma nella penombra della riflessione viene fuori un'Iliade che non ti aspetti. Vorrei dire: il lato femminile dell'Iliade. 

Sono spesso le donne a pronunciare, senza mediazioni, il desiderio di pace. Relegate ai margini del combattimento, incarnano l'ipotesi ostinata e quasi clandestina di una civiltà alternativa, libera dal dovere della guerra. Sono convinte che si potrebbe vivere in un modo diverso, e lo dicono. Nel modo più chiaro lo dicono nel VI libro, piccolo capolavoro di geometria sentimentale. 

In un tempo sospeso, vuoto, rubato alla battaglia, Ettore entra in città e incontra tre donne: ed è come un viaggio nell'altra faccia del mondo. A ben vedere tutt'e tre pronunciano una stessa supplica, pace, ma ognuna con la propria tonalità sentimentale. La madre lo invita a pregare. Elena lo invita al suo fianco, a riposarsi (e anche a qualcosa di più, forse). 

Andromaca, alla fine, gli chiede di essere padre e marito prima che eroe e combattente. Soprattutto in questo ultimo dialogo, la sintesi è di un chiarore quasi didascalico: due mondi possibili stanno uno di fronte all'altro, e ognuno ha le sue ragioni. Più legnose, cieche, quelle di Ettore: moderne, tanto più umane, quelle di Andromaca. Non è mirabile che una civiltà maschilista e guerriera come quella dei Greci abbia scelto di tramandare, per sempre, la voce delle donne e il loro desiderio di pace? 

Lo si impara dalla loro voce, il lato femminile dell'Iliade: ma una volta imparato, lo si ritrova, poi, dappertutto. Sfumato, impercettibile, ma incredibilmente tenace. Io lo vedo fortissimo nelle innumerevoli zone dell'Iliade in cui gli eroi, invece che combattere, parlano. Sono assemblee che non finiscono mai, dibattiti interminabili, e uno smette di odiarli solo quando inizia a capire cosa effettivamente sono: sono il loro modo di rinviare il più possibile la battaglia. Sono Sherazade che si salva raccontando. 

La parola è l'arma con cui congelano la guerra. Anche quando discutono di come farla, la guerra, intanto non la fanno, e questo è pur sempre un modo di salvarsi. Sono tutti condannati a morte ma l'ultima sigaretta la fanno durare un'eternità: e la fumano con le parole. Poi, quando in battaglia ci vanno davvero, si trasformano in eroi ciechi, dimentichi di qualsiasi scappatoia, fanaticamente votati al dovere. Ma prima: prima è un lungo tempo, femminile, di lentezze sapienti, e sguardi all'indietro, da bambini. 

Nel modo più alto e accecante, questa sorta di ritrosia dell'eroe si coagula, come è giusto, in Achille. È lui quello che ci mette più tempo, nell'Iliade, a scendere in battaglia. È lui che, come una donna, assiste da lontano alla guerra, suonando una cetra e rimanendo al fianco di quelli che ama. Proprio lui, che della guerra è l'incarnazione più feroce e fanatica, letteralmente sovrumana. 

La geometria dell'Iliade è, in questo, di una precisione vertiginosa. Dove più forte è il trionfo della cultura guerriera, più tenace e prolungata è l'inclinazione, femminile, alla pace. Alla fine è in Achille che l'inconfessabile di tutti gli eroi erompe in superficie, nella chiarezza senza mediazioni di un parlare esplicito e definitivo. Quel che lui dice davanti all'ambasceria mandatagli da Agamennone, nel IX libro, è forse il più violento e indiscutibile grido di pace che i nostri padri ci abbiano tramandato: 

Niente, per me, vale la vita: non i tesori che la città di Ilio fiorente possedeva prima, in tempo di pace, prima che giungessero i figli dei Danai; non le ricchezze che, dietro la soglia di pietra, racchiude il tempio di Apollo signore dei dardi, a Pito rocciosa; si possono rubare buoi, e pecore pingui, si possono acquistare tripodi e cavalli dalle fulve criniere; ma la vita dell'uomo non ritorna indietro, non si può rapire o riprendere, quando ha passato la barriera dei denti. 

Sono parole da Andromaca: ma nell'Iliade le pronuncia Achille, che è il sommo sacerdote della religione della guerra: e per questo esse risuonano con un'autorevolezza senza pari. In quella voce - che, sepolta sotto un monumento alla guerra, dice addio alla guerra, scegliendo la vita - l'Iliade lascia intravedere una civiltà di cui i Greci non furono capaci, e che tuttavia avevano intuito, e conoscevano, e perfino custodivano in un angolo segreto e protetto del loro sentire. Portare a compimento quell'intuizione forse è quanto nell'Iliade ci è proposto come eredità, e compito, e dovere. 

Come svolgere quel compito? Cosa dobbiamo fare per indurre il mondo a seguire la propria inclinazione per la pace? Anche su questo l'Iliade ha, mi sembra, qualcosa da insegnare. E lo fa nel suo tratto più evidente e scandaloso: il suo tratto guerriero e maschile. È indubbio che quella storia presenti la guerra come uno sbocco quasi naturale della convivenza civile. Ma non si limita a questo: fa qualcosa di assai più importante e, se vogliamo, intollerabile: canta la bellezza della guerra, e lo fa con una forza e una passione memorabili. Non c'è quasi eroe di cui non si ricordi lo splendore, morale e fisico, nel momento del combattimento. Non c'è quasi morte che non sia un altare, decorato riccamente e ornato di poesia. 

La fascinazione per le armi è costante, e l'ammirazione per la bellezza estetica dei movimenti degli eserciti è continua. Bellissimi sono gli animali, nella guerra, e solenne è la natura quando è chiamata a far da cornice al massacro. Perfino i colpi e le ferite vengono cantati come opere superbe di un artigianato paradossale, atroce, ma sapiente. Si direbbe che tutto, dagli uomini alla terra, trovi nell'esperienza della guerra il momento di sua più alta realizzazione, estetica e morale: quasi il culmine glorioso di una parabola che solo nell'atrocità dello scontro mortale trova il proprio compimento. 

In questo omaggio alla bellezza della guerra, l'Iliade ci costringe a ricordare qualcosa di fastidioso ma inesorabilmente vero: per millenni la guerra è stata, per gli uomini, la circostanza in cui l'intensità - la bellezza - della vita si sprigionava in tutta la sua potenza e verità. Era quasi l'unica possibilità per cambiare il proprio destino, per trovare la verità di se stessi, per assurgere a un'alta consapevolezza etica. 

Di contro alle anemiche emozioni della vita, e alla mediocre statura morale della quotidianità, la guerra rimetteva in movimento il mondo e gettava gli individui al di là dei consueti confini, in un luogo dell'anima che doveva sembrar loro, finalmente, l'approdo di ogni ricerca e desiderio. Non sto parlando di tempi lontani e barbari: ancora pochi anni fa, intellettuali raffinati come Wittgenstein e Gadda, cercarono con ostinazione la prima linea, il fronte, in una guerra disumana, con la convinzione che solo là avrebbero trovato se stessi. Non erano certo individui deboli, o privi di mezzi e cultura. Eppure, come testimoniano i loro diari, ancora vivevano nella convinzione che quell'esperienza limite - l'atroce prassi del combattimento mortale - potesse offrire loro ciò che la vita quotidiana non era in grado di esprimere. 

In questa loro convinzione riverbera il profilo di una civiltà, mai morta, in cui la guerra rimaneva come fulcro rovente dell'esperienza umana, come motore di qualsiasi divenire. Ancor oggi, in un tempo in cui per la maggior parte degli umani l'ipotesi di scendere in battaglia è poco più che un'ipotesi assurda, si continua ad alimentare, con guerre combattute per procura attraverso i corpi di soldati professionisti, il vecchio braciere dello spirito guerriero, tradendo una sostanziale incapacità a trovare un senso, nella vita, che possa fare a meno di quel momento di verità. 

La malcelata fierezza maschile cui, in Occidente come nel mondo islamico, si sono accompagnate le ultime esibizioni belliche, lascia riconoscere un istinto che lo shock delle guerre novecentesche non ha evidentemente sopito. L'Iliade raccontava questo sistema di pensiero e questo modo di sentire, raccogliendolo in un segno sintetico e perfetto: la bellezza. La bellezza della guerra - di ogni suo singolo particolare - dice la sua centralità nell'esperienza umana: tramanda l'idea che altro non c'è, nell'esperienza umana, per esistere veramente. 

Quel che forse suggerisce l'Iliade è che nessun pacifismo, oggi, deve dimenticare, o negare quella bellezza: come se non fosse mai esistita. Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna. Per quanto suoni atroce, è necessario ricordarsi che la guerra è un inferno: ma bello. Da sempre gli uomini ci si buttano come falene attratte dalla luce mortale del fuoco. Non c'è paura, o orrore di sé, che sia riuscito a tenerli lontani dalle fiamme: perché in esse sempre hanno trovato l'unico riscatto possibile dalla penombra della vita. 

Per questo, oggi, il compito di un vero pacifismo dovrebbe essere non tanto demonizzare all'eccesso la guerra, quanto capire che solo quando saremo capaci di un'altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un'altra bellezza è forse l'unica strada verso una pace vera. 

Dimostrare di essere capaci di rischiarare la penombra dell'esistenza, senza ricorrere al fuoco della guerra. Dare un senso, forte, alle cose senza doverle portare sotto la luce, accecante, della morte. Poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro; riuscire a mettere in movimento il denaro e la ricchezza senza dover ricorrere alla violenza; trovare una dimensione etica, anche altissima, senza doverla andare a cercare ai margini della morte; incontrare se stessi nell'intensità di luoghi e momenti che non siano una trincea; conoscere l'emozione, anche la più vertiginosa, senza dover ricorrere al doping della guerra o al metadone delle piccole violenze quotidiane. Un'altra bellezza, se capite cosa voglio dire. 

Oggi la pace è poco più che una convenienza politica: non è certo un sistema di pensiero e un modo di sentire veramente diffusi. Si considera la guerra un male da evitare, certo, ma si è ben lontani da considerarla un male assoluto: alla prima occasione, foderata di begli ideali, scendere in battaglia ridiventa velocemente un'opzione realizzabile. 

La si sceglie, a volte, perfino con una certa fierezza. Continuano a schiantarsi, le falene, nella luce del fuoco. Una reale, profetica e coraggiosa ambizione alla pace io la vedo soltanto nel lavoro paziente e nascosto di milioni di artigiani che ogni giorno lavorano per suscitare un'altra bellezza, e il chiarore di luci, limpide, che non uccidono. 

E' un'impresa utopica, che presuppone una vertiginosa fiducia nell'uomo. Ma mi chiedo se mai ci siamo spinti così avanti, come oggi, su un simile sentiero. E per questo credo che nessuno, ormai, riuscirà più a fermare quel cammino, o a invertirne la direzione. Riusciremo, prima o poi, a portar via Achille da quella micidiale guerra. E non saranno la paura né l'orrore a riportarlo a casa. Sarà una qualche, diversa, bellezza, più accecante della sua, e infinitamente più mite. 

sabato 9 marzo 2013

N/noi.

[...] c'è qualcosa dentro di noi che è sbagliato ma ci rende simili.

Ph Federico
Body painting by Giulia Caruso
Concept Me
Models  Fede&Me
Testo Afterhours

venerdì 1 marzo 2013

M A I


Mi hanno insegnato che il rosso è il colore dell'amore e della passione.
Mi hanno insegnato che quando fuori piove non si sta chiusi in casa ed a volte non serve nemmeno l'ombrello.
Mi hanno insegnato che l'amore non esiste solo tra uomo e donna.
Mi hanno insegnato che i deboli, spesso, non sono deboli, ma soprattutto che a volte i forti sono deboli e che in questo non c'è nulla di male.
Mi hanno insegnato che siamo umani, complessi e con tanti problemi, ma mi hanno insegnato che tutto è superabile.
...che la volgarità è negli occhi di chi guarda.
...che il nero non è un colore cattivo.
...che buttandomi tra le mie paure le avrei superate.
...che non siamo sbagliati.
...che i segni sono ricordi, in bene ed in male.
...che nessuno è cattivo, ma siamo tutti buoni vestiti da cattivi.
Mi hanno insegnato che siamo tutti uguali nella nostra diversità.

Mi hanno insegnato che c'è gente che non imparerà MAI tutto questo!

venerdì 15 febbraio 2013

Si nasce...si cresce, si cresce, si cresce...si cresce (non tutti).

Nel mio paesello, quando ero piccola ero solo la bambina che non faceva i capricci, che non chiedeva nulla a mamma e papà tranne che il permesso per alzarsi dal tavolo o per fare qualcosa, se no aspettava che il più adulto lo facesse. Certo la cameretta rosa non era mai ordinata.
Nel mio paesello, quando ero piccola, andavo all'asilo ed avevo due fidanzati contemporaneamente, ero un peperino e fino ai sei anni mi rifiutavo di fare i saggi di danza, mandavo le letterine a babbo natale chiedendo una sorellina e non dicevo parolacce.
Otto anni: nasce Elena (Sorella), ed avevo già ben quattro ciuffi blu in testa.

Ho lasciato per la prima volta il mio paesello al primo liceo; l'ho lasciato solo 30km alle mie spalle, ma ogni giorno tornavo lì.
Nel mio paesello avevo già fatto parecchi anni di danza, ed erano tutti fieri felici e contenti, vedevano solo qualche colore di troppo.
Nel mio paesello gente "figa" ce n'è stata, molta anche, andata via presto.
Nel mio paesello, quando ero adolescente, ero solo un adolescente coi capelli colorati, che faceva parte di un gruppo di gente "diversa", iniziavo a dipingere per strada e sulla gente, non mi mancava la parola.
Nel mio paesello ho abbandonato 13mila abitanti giusto quattro anni fa, per andare in città; non la città dietro l'angolo, ma quella un po' più in là.

Nella mia città ho conosciuto meglio la bambina che non faceva mai capricci, e non l'ho conosciuta perché ha iniziato a farli, ma bensì perché è cresciuta...continua a non pretendere, se non da se stessa e finalmente inizia a capire cosa c'è oltre.
Nella mia città si vive a 360° e di gente se ne conosce...e la gente, come i libri, i documentari e gli insegnanti...insegna! Stare chiusi in un buco non lo fa.
Nella mia città ho imparato soprattutto l'arte, come vederla, come viverla, come diventarne parte, come staccarmi da essa e legarmi ad essa...non era sufficiente quella del mio paesello.

Poi mi è capitato di vedere anche altri posti, lontani e vicini, ascoltare lingue diverse, vedere cose diverse...e così la bambina che chiedeva sempre "posso.." a mamma e papà, l'adolescente coi capelli "strani" è la Marta che "Se ne fotte! (con amore eh.)", che scappa dal paesello perché il paesello non sa che c'è quell'oltre...oltre le chiacchiere.

lunedì 11 febbraio 2013

Sì.


Dovremmo, sì, smettere di pesare il tempo. Concentrarci sul naturale corso  delle voglie e dei bisogni.
Dovremmo, sì, smettere di porci problemi al quale rimedio c’è solo il problema stesso. Concentrarci su noi stessi, sulla “varietà” e molteplicità.
Dovremmo, sì.

mercoledì 30 gennaio 2013

NELLE TUE CORDE


Sento le tue mani che stringono le mie
con le corde…
i muscoli che si irrigidiscono
ed io mi perdo
abbandonandomi a te.

Stringono.
Mi stringi a te
e quando mi sfiori
le corde sono come spilli.

Non ho più paura
accolgo ogni respiro che sento
dietro le spalle,
sul collo,
sulle labbra.

Faccio mio il tuo respiro
come il tuo sguardo,
quando invece sono io
che divento tua,
corda dopo corda,
segno dopo segno.

Vorrei sentire ora
le tue corde
le tue mani
il tuo respiro…
la tua voce.

giovedì 10 gennaio 2013

IO, ME E LALTRAME.


Qualche anno fa avevo scritto un post con lo stesso titolo, ma adesso credo di avere più consapevolezza delle varie me esistenti. Ed oggi scrivo per tutte le mie me.
Buffo e stupido vivere in tanti modi. E’ fastidioso doversi rapportare alla gente in base a ciò che è per noi…è un po’ come il cambio d’abito da cena sofisticata…ad una festa tra amici; di certo una donna non metterebbe l’abito “sbrilluccicante” per entrambe le serate.
…ma così fan tutte, e non è uno stupido riferimento o citazione.
Tutti ci cambiamo d’abito in base alla situazione o alla persona con cui intraprendiamo un certo discorso. Io ne sono stanca, eppure so che è giusto così.
Ho sempre pronto un abito per ogni occasione e non vedo l’ora di fare confusione!!!

Ph Gabriele Rigon

mercoledì 9 gennaio 2013

SERENDIPITY


Adoro quando passi ore ed ore davanti all'anta aperta dell’armadio a cercare che qualcosa ti salti addosso.
Adoro quando sorridi alla prima Tennent’s.
Adoro il momento in cui ti siedi e realizzi che poco prima hai detto stronzate.
Adoro le sfuriate di gelosia, i momenti di innamoramento che ti spariscono dopo 3 ore, le volte in cui devi dire “hai ragione”, gli attimi di lucidità…
Adoro quando con uno sguardo riesci a capire esattamente quello che penso, ma anche quando ti basta solo il tono della mia voce per capire cosa va e cosa non va, su cosa ridere e su cosa no.
Adoro il modo contorto e sadico con cui pianifichi!
C’est la femme!

giovedì 13 dicembre 2012

F I L O



C'è una linea sottile che ci divide. Intendo dire che c'è una sottile linea che divide le persone le une dalle altre. E c'è un filo che ci lega a tutti...o forse i fili sono tanti, uno per ogni legame vero che creiamo.
Una leggenda cinese dice che ognuno di noi nasce con un filo rosso legato ad un dito della mano. Questo filo ci lega in maniera indissolubile alla persona cui siamo destinati. Le anime unite dal filo rosso sono destinate, prima o poi, ad incontrarsi. Potranno passare anni, decenni, ma prima o poi le circostanze le condurranno verso questa persona speciale. Il filo rosso non potrà essere tagliato o spezzato da nessuno: il legame che simboleggia è forte, indissolubile, e niente e nessuno potrà metterlo alla prova.
Io sono sempre finita in un groviglio di fili...ed i miei sono tutti colorati...sicuramente molti nel tempo si sono usurati, altri sono sono proprio spezzati, altri del tutto slegati, ma l'alone di ogni colore è ancora qui. Ho conservato un piccola parte di ogni filo che si è slegato da me. Ora tengo stretti a me i fili più cari...e sicuramente se c'è un destino direi proprio che del mio lo sono solo io.

sabato 1 dicembre 2012

Eva

Tutto ciò che vogliamo,
tutto ciò che ogni giorno ci imponiamo d'essere
è ciò che siamo.
..e sarà troppo tardi quando
ad accorgerti che non sei più tu
sarà una donna di vent'anni più vecchia.
...e non sorriderai.


martedì 27 novembre 2012

Sì viaggiare (considerazioni post mattinata di tesi).

Ho sempre viaggiato in treno. Come tipo di viaggio mi ha sempre affascinato.
Lunghi o brevi tratti si trova gente interessante, spesso ci si ritrova con le stesse facce e quasi ci si saluta se ci si incontra per strada, ma no sul treno no. Nonostante magari si passino anni anche nello stesso vagone facendo avanti e indietro nelle stesse direzioni.
Il fascino del treno sta nel fatto che si possa anche avere dell'intimità in un certo senso. Leggere in treno ha sempre dato i suoi risultati per quel che mi riguarda, avrò letto gran parte dei libri sui treni italiani.
Ultimamente mi sto convertendo al fascino degli autobus però.
L'intimità viene a mancare, ma credo sia considerabile anche come fattore positivo. Si incontra molta più gente, ci si sente spesso un po' delle sardine, ma proprio per questo si fanno strane conoscenze. Ci si parla spesso, ci si chiese "scusa" con molta frequenza.
In autobus ci sono sei veri e propri personaggi.
Ho incrociato milioni di volte vecchine adorabili, come gente che non valeva la pena nemmeno incrociare per strada.
Qualche giorno fa, salita in bus, c'era poca gente, era molto presto, a metà percorso sale una vecchina che probabilmente aveva una gran voglia di parlare. Forse era già nota, per me era la prima volta. In effetti non smetteva mai di parlare e diceva una quantità smisurata di cose inutili che per lo più la gente dice tra se e se, ma aveva bisogno di essere ascoltata. Una donna seduta poco lontano da me ascoltava ciò che la vecchina diceva alla ragazza di fianco a me e commentava ogni tre per due. Poco cortesemente le rispondeva a tono e ridacchiava con l'altra donna di fianco a lei. A volte credo ci sia poco rispetto. Ecco cosa fa viaggiare in autobus, in pochi metri quadri trovi anche questo. Giorni prima di questo episodio mi sono imbattuta in una mandria di adolescenti. Mi sono resa conto, in venti minuti, di come di anno in anno cambino tante cose. Saranno stati forse quindicenni; parlavano di ragazze, di videogiochi e spesso stentavo anche a capire ciò ce dicevano, il linguaggio e i termini sono un po' cambiati.
La cosa negativa dell'autobus, per me, è il non poter leggere, ma compenso guardando fuori dal finestrino, ammirando un paesaggio ben diverso da quello che si trova guardando fuori dal treno. Del resto è come viaggiare in macchina. Si vede la gente fuori, i negozi, le strade e non il grigiore delle rotaie, il buio delle gallerie e del verde qui e li.

domenica 25 novembre 2012

Il mondo in un minuto

Entro in accademia, dopo settimane. Attraverso il corridoio prendendomi il sole dall'unica vetrata, un po' l'ho messo in tasca ed un po' l'ho tenuto sulle guance, così da tenermi calda, lontana dai 7 gradi.
Il corridoio è sempre accogliente, portineria esclusa, dove ci sono certe facce che di accogliente hanno ben poco. Ho sempre immaginato di attraversare quel corridoio poggiando i miei vari strati di vestiti sulle statue. La sciarpa sulla mano di un qualche Dio, il cappotto sul capello riccio di un altro. Dopo il piccolo flash giro l'angolo e vado in segreteria, la grigissima ed invalicabile segreteria, busso, non era orario di ricevimento, ma ero li. La donna che mi apre la porta tiene la maniglia stretta, come se al di la potesse esserci un gigante orco marino, invece no, ero io, una piccolissima e rossisima pallina un po' viola. Chiedo se gentilmente posso farmi sapere se la mia mail è stata visionata (era urgente). La tipa risponde con un "se l'hai mandata è stata letta", allora chiedo se, visto che non mi è stata data risposta, possono darmela in quel momento ma "no, non posso risponderti fuori orario, chiama!" ed io "vi chiamo stando al di la della porta?" e boom, porta chiusa. Così chiamo, incazzata nera, ma nonostante tutto sorridendo e con fare cortese.
Ovviamente niente risposta.
Arriva l'atteso professore, che mi spedisce dritta in aula. Entro e passo mezz'ora ad aspettarlo, ascoltando cinque ragazze parlare di cibo. Avevo già invaso l'aula di cose mie. Ascolto la conversazione spalmandomi, come sempre sui tavoli, perchè io con le sedie non vado d'accordo. Si parla di frutta, verdura, di mamme...di economia; sì era qui che volevo arrivare. Non avevo mai sentito parlare delle ventenni, così tanto, di soldi, di spesa, di come fare ad arrivare a spendere meno di 50 euro facendo una degna spesa. Nessuna dava una soluzione.
In tutto ciò nell'angolo della stanza ci sono degli occhi azzurri allucinanti. Ci tiriamo occhiate. Mi chiedono cosa c'è dentro la mia borsa e tra una cosa e l'altra ecco che ci si innamora!

domenica 18 novembre 2012

Verbo

Siamo ciò che vogliamo essere esattamente nel momento in cui scegliamo chi essere.
Dipendiamo dall'agire e spesso ce ne dimentichiamo.
Tutto dipende esattamente da noi e credo non ci sia nessuno in grado di scegliere per noi, che ha questa responsabilità. Siamo ciò che crediamo e vogliamo credere di essere. Non è peccare di presunzione, ma forse sintomo di libertà.
No, non vorrei nemmeno dare la responsabilità a qualcuno per ciò che voglio fare o ciò che voglio essere. Sarebbe troppo semplice dare la colpa agli altri in situazioni difficili.
Siamo i supereroi di noi stessi!

lunedì 29 ottobre 2012

Farfalle


Torneranno come un tempo
le farfalle,
le sentirai e ti faranno bene,
per poi farti male.

Ricordi la sensazione delle notti passate a parlare?
Il buio fuori il caldo e l'ansia dentro?
La mattina ci svegliavamo per caso
 prima io e poi tu,
dopo l'odore del caffè.

Oggi sorridi felice,
a volte con una perfida e sadica risata,
piangendo di tanto in tanto
perchè gli uomini si approfittano di te.

Ricordi quando fantasticavamo
scambiandoci uomini come figurine?
Eravamo sole,
tu bella e persa dopo una sbronza,
con dei pantaloncini inguinali e la sigaretta in bocca,
sempre con quella schiena curva,
io con l'abito a fiorellini rosso e blu.

Non sono nostalgica, ho solo visto una farfalla volare.

mercoledì 24 ottobre 2012

Cappio!

L'altra notte guardavo distrattamente la tivù. Faccio tutto con distrazione, anche guardare la tivù.
La cosa assurda è che nonostante questo, riesco a sentire le frasi che meglio mi convengono o che meglio mi suonano all'orecchio.
Ora non ricordo più cosa stessi guardando l'altra sera, ma mi sono ritrovata con questa frase segnata tra gli appunti "Le cravatte sono un elegante cappio", sono certa che fosse un telefilm.
Subito in mente mi si presenta l'immagine di un uomo distinto, ben curato, uno di quelli che abbina i calzini alla tuta per andare in palestra.
Ammiro molto la gente che riesce ad essere così perfetta ed impagliata; ammiro di più chi, però, riesce ad uscire dalla sua "parte".
Mi piace avere l'idea di quell'uomo impagliato come di un uomo che macchia con facilità la tovaglia di vino senza preoccuparsene e non perché c'è chi la pulirà per lui, ma perché è umano che accada, perché è umano lui.


Sorrido spesso mentre cammino per strada e vedo gli uomini pinguini uscire dalle banche, dagli uffici. Mi piace immaginarli sorridere e ridere a squarciagola, senza preoccuparsi che qualcuno possa dirgli che così non è corretto.



Siamo liberi in ogni forma in cui crediamo.

sabato 6 ottobre 2012

21grammi


21...sono i grammi che si perdono non appena si muore.
Dicono sia il peso dell'anima, che abbandona il corpo...lasciandolo li, mentre lei nuda evapora.
Il corpo inerme, senza i suoi 21grammi non aspetta altro che di decomporsi, darsi alla terra, tornare ad essere natura.

Uno tra i miei più cari amici mi ripete sempre di voler essere abbandonato sotto un albero, non appena i suoi 21 grammi lo lasceranno, per far si che quell'albero si cibi di lui. Polvere alla natura.

Fino all'età di 10 anni credo di essere stata cattolica, poi ho abbandonato ogni credo.
Oggi non so più a cosa io appartenga, a quale religione, al di fuori di questo mondo.
Non mi sono mai posta il problema del far dimorare i miei 21grammi da qualche parte, probabilmente li lascerò liberi.

"Signorina libertà signorina Anarchia" cantava Faber, io ho perso i freni da tempo ormai, definendo me stessa, in ogni parte, in maniera forse diversa, forse uguale...ma ben distinta.

Credo di aver perso un po' il valore delle cose, non hanno più un peso per me e sono sempre convinta del fatto che di fondo l'essere umano sia un essere buono. Ecco perché lascio ogni mia cosa sparsa, persa, infondo non è mai del tutto persa, il mondo non è poi così tanto grande, ha solo 5,100 656 · 1014 m² di superficie, è davvero perso tutto ciò che perdiamo?

Sono certa che i miei 21grammi troveranno il loro luogo, la loro libertà.

giovedì 4 ottobre 2012

Ritual

I legami fra molecole sono una bella sfida per i biochimici. Ci sono molti modi per mettere insieme le molecole ma sono solo poche le sovrapposizioni che le portano sufficientemente vicine. A livello molecolare il successo può voler dire scoprire quale conformazione, quale specie chimica, consentirà l'unione della struttura della proteina con una cellula tumorale. Se riesci a risolvere questo rischiosissimo rompicapo potresti aver scoperto la cura per il carcinoma. Ma sia le molecole sia gli esseri umani sono solo una parte di ciò che esiste in un universo di possibilità. Ci tocchiamo l'uno con l'altro, creiamo legami e li spezziamo, scivoliamo via in campi di forza che non comprendiamo. [...] Siamo pochi centimetri di carne. [...] Meglio allora essere un maiale soddisfatto che un Socrate infelice?



I legami sono sempre qualcosa di complesso. E' difficile definirli, è difficile costruirli...è persino difficile che siano di uguale intensità nelle due parti.
Non è semplice stabilire cosa si è per se stessi e per l'altro. A volte ci si proietta molto oltre.
La bellezza degli esseri umani sta nei sensi, nella gestione o nel totale abbandono verso questi, nella capacità di renderli un collante per i legami stessi.
Quanto seducente è una mano che ti sfiora?
Quanto inebriante è sentire l'odore della pelle?
Ci sono legami che creiamo involontariamente, sono quelli più liberi, più naturali, più animali.
Ogni legame è diverso dall'altro e la bellezza di questo sta nel fatto che le possibilità di sovrapposizioni sono infinite...

venerdì 28 settembre 2012

Anni

Non sono rinomata per la quantità di chiacchiere, parlo davvero poco, soprattutto se non conosco chi ho difronte. Fingo che sia un modo per conoscere chi ho davanti, o magari è davvero così. Non diffido della gente, semplicemente mi piace conoscerla, soprattutto per capire gli argomenti da poter prendere.
Sì, forse è un po' come catalogare la gente, ma non lo faccio di proposito, non è che analizzo la gente, semplicemente preferisco conoscerla così.
Una vecchina seduta di fianco a me in bus aveva voglia di parlare oggi, non ero molto predisposta, avevo sonno misto a stanchezza da "sonoadieta". Ha iniziato comunque a rivolgermi la parola, nonostante la mia pessima espressione a cui mancava la bavetta in stile manga, insomma femminilitàportamivia.
Era una vecchina che da giovane sarà stata una bella donna, la pelle lo mostrava chiaramente, i lineamenti nascosti dai segni del tempo parlavano chiaro.
Ha avuto molti spasimanti, le piaceva vantarsi di questo, mi ha augurato di vivere una vita come la sua.
Ho sorriso, perché è piacevole sapere che esiste gente positiva e davvero soddisfatta della propria vita.

Sì, tra sessant'anni mi auguro di sorridere, esattamente come lei e di trovare una me, su un bus, un po' stanca, ma felice anche dei suoi vent'anni.


Ph Jan Saudek

martedì 25 settembre 2012

China





Si sentiva in un equilibrio poco stabile, effettivamente era in bilico.
Erano troppe le mani che la sfioravano e toccavano, che le trappavano i capelli. Poi quell'unica che si poggiò sulla spalla e la spintonò verso il basso.

Ora era in giocchio e tremante, con la testa china. Attorno a lei carne e ghigni.
Alzo lo sguardo, voltò la testa verso di lui sputandoli contro sputo misto a sangue.

Si sentiva poco stabile, nonostante fosse china. Ansimava, ma poi sorrise e lo abbracciò, cadendo come cade una vittima tra le mani del suo carnefice.

domenica 23 settembre 2012

I tempi stanno per cambiareee. Turu ttutturu tutturu tu tù.

Mi sveglio, al buio delle 6 del mattino cerco qualcosa da mettermi, intanto il caffè mi chiama. Provo a darmi una parvenza da donna, difficile vista l'ora e le ore di sonno alle spalle.
Esco di casa. Fa freddo. Arriva il 96, maledettitrenitaliachenonmipermettonodiprendereuntreno, salgo.
Davanti a me due ragazzini, uno è proprio seduto di fronte a me, l'altro lo vedo solo di spalle, non saranno stati neanche maggiorenni.
Altra fermata. Eccoli che dicono "sale di la, sale di la", ovviamente il mio pensiero sul fatto che parlavano di una ragazza non era errato. Lei sale, si siede accanto ad uno di loro, purtroppo di fianco a quello che mi dava le spalle, per cui non mi permette di osservarla bene. Vedo il suo riflesso al vetro. Occhi chiari, labbra carnosissime, ha un bel viso, tondo; sì forse già pienotta per i miei gusti anoressici, ma tanto carina.
Parlano tutti e tre di latino, di facebook, di compiti e lezioni. Mi ricordano i tempi in cui andavo a scuola, la sveglia presto, le chiacchiere in treno. Facevamo discorsi diversi con i miei compagni di viaggio, ma sarà che i tempi cambiano e con loro gli argomenti.
Arriviamo a porta Santo Stefano, percorriamo via Santo Stefano, dove sale sul bus un ragazzo con la pelle chiarissima e gli occhi altrettanto, che sorrideva ascoltando la musica dal suo i-phone, eccoci poi in Piazza Cavour. Scendiamo tutti.
Lei mi sorride.
Lui mi sorride.
Io ricambio.
Ecco che iniziano tre giornate!

mercoledì 12 settembre 2012

Corrisponde(va).


Non sono meteoropatica, a dire il vero nemmeno ci credo. Insomma non credo in Dio Meteoropatia come in nessun'altro Dio, credo in qualcosa che ancora non ho decifrato, ma c'è tempo.
Non ho mai subito variazioni di umore o disturbi prettamente psichici col cambio del tempo, è il corpo che ne risente forse.
L'autunno è senza dubbio la stagione che preferisco, sarà per i colori, sarà perchè viene dopo l'estate. Anzi no, sarà che compio gli anni.
Come stagione l'ho sempre vissuta con una ben precisa evoluzione. Fino al periodo in cui andavo a scuola corrispondeva con il comprare i libri, con l'entrare in libreria e sentirne l'odore, corrispondeva ai primi giorni di scuola, all'orizzonte del mare più nitido, dove l'afa non agiva più sfumandolo. Corrispondeva al cambio dell'arredamento di casa, eh sì esattamente con i tappeti a terra, con le tende più scure e pesanti, con la legna accanto al camino, con la copertina oltre al solito lenzuolo. Corrispondeva con i pomeriggi in spiaggia, non più in costume, corrispondeva con la corsa agli ultimi compiti delle vacanze. Corrispondeva anche all'odore che si percepiva nell'aria, al cambio di colore delle foglie, al giacchettino di cotone sopra i vestitini, alle scarpine chiuse. A dire il vero corrispondeva ad un passaggio di temperatura dai 40° ai 25°.
Adesso l'autunno lo percepisco per molte cose identiche ad una volta, ma in realtà è che sono cambiata;  ora corrisponde ai diversi sapori, odori, agli esami. Corrisponde ad una bella sensazione, ad un nuovo anno, sì questa è una cosa che resta invariata negli anni, per me è con l'autunno che comincia l'anno e non a gennaio.
L'autunno è il vento leggero ed i colli di un verde più scuro, è un sole più basso, è l'arrabbiarsi con se stessi per essere ingrassati d'estate, è la ripresa degli esami, di altri amici, di nuove cose. E' viaggiare su di un treno, iniziare a leggere nuovi libri...per me l'autunno è qualcosa che mi prepara al fatto che tutte le altre stagioni sono andate via e torneranno diverse.

Ph Tim Walker

sabato 8 settembre 2012

Drusilla


Sta per nascere Drusilla.

Ha fame d’aria e già fa i capricci. Cresce a vista d’occhio e vagabonda un po’. Cerca se stessa o forse no.
Drusilla si racconta un po’ attraverso ogni sua faccia.

(Drusilla nasce da un’amicizia, tra commenti e letture varie, è l’unione di due teste, di due corpi e forse di due persone che non si incontreranno mai. Drusilla vorrebbe tante cose ed intanto aspetta di nascere e cibarsi di un po’ d’aria. Tenshiko e Al Pessimo Esempio vi augurano buona lettura)