Al Lettore [parole di Charles Baudelaire]

L'errore, la stoltezza, il peccato, l'avarizia ci tormentano il corpo, ci assillano la mente, e di amabili rimorsi diventiamo nutrimento come il mendicante alimenta i propri insetti.
Testardi nel peccato, nel pentimento incerti, chiediamo un alto prezzo per le nostre confessioni e nella via di fango torniamo poi contenti certi di un pianto vile, lavacro a ogni colpa.
Sul cuscino del male satana trismegisto lungamente ammaliata l'anima culla, e il prezioso metallo della nostra volontà tutto lo manda in fumo lui sapiente alchimista.
E' lui, il diavolo, che tira i nostri fili! Così troviamo seducenti oggetti repellenti; ogni giorno d'un passo scendiamo nell'inferno, senza orrore attraversando un puzzo di tenebra.
Come un misero vizioso bacia e succhia il seno straziato di un'antica puttana, così arraffiamo al volo un piacere segreto, arancia rinsecchita che a fondo spremiamo.
Nel cervello stipati, brulicanti come vermi, si scatenano in un'orgia milioni di demoni; nel respiro, invisibile fiume, la morte ai polmoni ci scende con sordi lamenti.
Se lo stupro, il veleno, l'incendio, il pugnale non abbelliscono ancora ricami graziosi, la trama banale dei nostri destini pietosi, è solo perchè bastante ardire manca al cuore.
Ma fra tutti gli sciacalli, le pantere, le cagne, le scimmie, gli avvoltoi, i serpenti, gli scorpioni, i mostri che urlano, grugniscono, guaiscono nel serragio infame strisciando nei nostri vizi; uno ve n'è più brutto, più crudele, più immondo!
Si muove appena né lancia grandi strida, della terra farebbe volentieri un'unica rovina e il mondo inghiottirebbe sbadigliando; è la Noia -gli occhi gonfi d'un pianto involontario, sogna patiboli fumando la sua pipa.
Lo conosci, lettore, quel mostro delicato, -ipocrita lettore, -mio simile, -fratello!

venerdì 20 luglio 2012

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Il bianco e il nero come rappresentazioni di un esistenza contrastante. La visione dell’opposto come uno, singolo. Lento, mutabile, silenzioso. L’uomo visto come elemento di contrasto con se stesso. Un io che da vita a un altro io che non occlude il precedente ma genera, qualcos’altro. Il nero che crea il bianco che elegantemente scivola con fare sinuoso e accompagna il silenzioso opposto. L’apparente uguaglianza, la fine completezza. Un uomo senza piedi e senza mani, costretto in un involucro che lo trasforma, lo modifica, lo infastidisce ma lo rende vivo. Il costume che prende il sopravvento sull’individuo e lo costringe alla visione del singolo, un unione di forze che ingabbiate soffrono. La bellezza dell’uno fusione di opposti che elabora pensieri contrari, si mostra al mondo allegra, sorridente, quasi beffarda, ma realmente sofferente. È qui che abbiamo voluto incentrare il nostro lavoro, sul pensiero di un uomo che giorno dopo giorno combatte con il giudizio dell’altro. Si costringe dentro canoni che non lo rispecchiano, soffre ma non lascia spazio, comunque, alla propria personalità. Nella storia si è sempre in un certo senso, stati vittime dell’immagine, quello che appari rispecchia in parte quello che sei, e quando il tuo essere si manifesta troppo, non vieni accettato come comune. Ecco che il costume da caratterizzante diventa uniformante, tutto si amalgama a un concetto troppo semplicistico di bellezza, tutto si racchiude nel piacere agli altri, non piacere agli altri.
Regia: Federica Amatuccio, Daniele Bisceglia
Fotografia e Montaggio: Daniele Bisceglia
Trucco e Costume: Federica Amatuccio
si Ringrazia: Marta Santospirito

Accademia di Belle Arti di Bologna, esame di Costume per lo Spettacolo

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